Vivere, anche per poco tempo, in un Ashram indiano è un’esperienza che ti può cambiare se non la vita, almeno il modo di vederla e di affrontarla. È un’esperienza forte e, al tempo stesso, meravigliosa che ho vissuto in prima persona e che voglio raccontare, anche solo per soddisfare la curiosità di chi non sa neanche cosa sia un Ashram!
Il nome deriva dalla parola sanscrita Āśrama, e indica un luogo di romitaggio e meditazione, generalmente immerso nella natura, dove risiede una comunità dedita a varie forme di pratiche spirituali, di meditazione e di yoga, spesso guidata da un maestro spirituale.
Oggi troviamo Ashram sparsi nel mondo, ma, è in India che gli Ashram affondano le loro radici. E l’Ashram di Babaji, a Herakan, conosciuto anche come Ashram di Haidakhan, dove mi sono recata per la prima volta nel 2004, è sicuramente tra i più noti dell’India.
Naturalmente prima di decidere di intraprendere il viaggio avevo sentito parlare dell’ Ashram di Babaji a Herakan da varie persone, con racconti coloriti, a volte magici, a volte ironici, ma nulla poteva prepararmi a ciò che ho effettivamente vissuto in quel luogo. Come raccontato in un precedente articolo, sono partita per la prima volta per l’India con un gruppo di persone, guidate dal venerabile Lama Geshe Gedun Tharchin, senza il quale non avrei mai affrontato un viaggio in questo paese.
Il viaggio, prima di arrivare a Herakan, è stato sicuramente entusiasmante: attraversando le città sacre a nord di Dehli, mi sono ritrovata immersa in una cultura completamente diversa da quella occidentale. La sensazione era quella di essere su un altro pianeta, un pianeta dai mille contrasti ma con una spiritualità incredibile, palpabile e respirabile, che giorno dopo giorno imparavo a conoscere e ad apprezzare.
Oltre che entusiasmante, però, ora posso certamente dire che è stato anche un viaggio di preparazione per affrontare e vivere l’esperienza di un Ashram alle pendici dell’Himalaya, distante ore e ore di jeep dalla civiltà. Un viaggio che mi ha permesso di cambiare progressivamente lenti per percepire la realtà che mi circondava e apprezzarne ogni singolo frammento, allontanandomi gradualmente dalle mie abitudini e dalla mia cultura, per abbracciarne altre distanti da me anni luce.
Prima di partire alla volta di Herakan ci siamo fermati ad Haldwani a fare provviste: abbiamo acquistato piatti (i tipici piatti di metallo indiani); bicchieri, posate, materassi (che erano talmente sottili che io pensavo fossero coperte!), e poi siamo andati a presentarci a Muniraji, il Maestro di Herakan, discepolo diretto di Babaji. La sua presenza e il suo spirito elevato ci hanno profondamente intimidito. Insieme, abbiamo partecipato all’Aarati, rituale induista, con l’offerta del fuoco che avviene con una lampada di canfora in onore di una divinità. Al termine della cerimonia, chi per la prima volta si recava all’Ashram riceveva il suo nome spirituale in sanscrito, scelto da Muniraji, nome collegato alle qualità profonde dell’anima della persona, in modo da poterle sviluppare nella pratica e nella vita.
Un’ emozione indescrivibile!


E così, ancora inebetiti dai rituali e dai nomi ricevuti, siamo partiti con le jeep alla volta di Herakan. Dopo chilometri e ore di viaggio tra boschi e montagne, la jeep ha deviato verso un’ansa di un fiume prosciugato in alcuni punti, dal fondo roccioso, che quindi abbiamo potuto attraversare. L’Ashram è apparso all’improvviso davanti ai nostri occhi, con i suoi templi colorati immersi nella vegetazione; così come, mentre ci avvicinavamo alla meta, apparivano anche persone, di tutte le nazionalità, vestite con i punjaby, classici vestiti indiani, con sulla fronte i segni della chandan, il rito induista per purificare la mente.
L’ultimo pezzo di strada per raggiungere l’Ashram lo abbiamo percorso a piedi, con gli zaini sulle spalle, camminando lungo il letto del fiume. La presenza del Geshe, al mio fianco, mi faceva sentire protetta, ma allo stesso tempo dentro di me pensavo che non ce l’avrei fatta! Il paesaggio, il fiume, le case, e i templi colorati e decorati con le immagini delle divinità induiste…tutto era meraviglioso, ma al tempo stesso così lontano e diverso da ciò che per me era familiare. Non nascondo che mi è venuto quasi un attacco di panico!!!
L’Ashram era pieno di persone, erano i primi dell’anno, e la temperatura bassissima, specialmente di notte. Di giorno faceva caldo ma c’era un’escursione termica notevole. Le sistemazioni logistiche erano molto semplici, molto lontane dai confort cui siamo abituati, e di cui avevamo goduto fino a quel momento. Non c’era l’acqua calda e, la corrente, erano più le volte che saltava che quelle in cui funzionava.


Dal giorno successivo al nostro arrivo, abbiamo cominciato a seguire le pratiche giornaliere dell’Ashram: sveglia alle tre e mezzo di mattina, bagno nel fiume gelido, e, a seguire, meditazione davanti al fuoco. Cerimonia della chandan, in cui la nostra fronte veniva dipinta con della pasta di sandalo e curcuma per purificare la mente; cerimonia dell’Aarati… e poi finalmente colazione!!!
Verso le 12.00 consumavamo un pranzo vegetariano tutti insieme, e poi potevamo scegliere se partecipare alle attività di Karma Yoga dell’Ashram fino all’ora del tramonto. Quindi si partecipava alla seconda cerimonia dell’Aarati e infine si cenava tutti insieme, per poi ritornare nei nostri alloggi. Dopo aver condiviso la giornata, ci ritiravamo nel nostro sacco a pelo da alta montagna per riposarci fino alle tre della mattina successiva.
L’esperienza in un Ashram insegna a vivere la vita a contatto con la natura, seguendone i ritmi lenti e semplici: giorno dopo giorno, la mente e il cuore si alleggeriscono, permettendo di toglierti quella maschera che inconsapevolmente indossiamo ogni giorno nella nostra vita. Si riscoprono la bellezza della natura e la semplicità della vita: fare il bagno nel fiume nell’acqua gelata, in mezzo ad una vallata meravigliosa alle pendici dell’Himalaya, sotto la luna e un’infinità di stelle, è uno spettacolo che ti fa dimenticare ogni tipo di scomodità. Sembra incredibile, ma dopo un iniziale disagio dovuto al cambio radicale di abitudini, in realtà, ci si rende conto di quante cose che riteniamo necessarie in realtà non lo siano affatto, e che conducendo una vita più semplice ci sentiamo molto più felici e liberi. Liberi di Essere, e non di Apparire.


Le cerimonie induiste che vengono proposte sono molto coinvolgenti: si canta, si suonano le campane, si onorano le divinità che rappresentano i vari aspetti dell’Assoluto, e si onora quella parte di noi, divina, che ci guida nella vita.
Alla fine, si desidera solo rimanere lì, per vivere in quello stato di grazia ritrovato, nonostante il freddo, nonostante le scomodità, nonostante l’atteggiamento saccente di alcune persone… Il ritorno a Roma, nella mia civiltà di origine, è stato traumatico: ho vissuto per giorni nel ricordo di quell’esperienza, con l’unica volontà di continuare a godere delle meravigliose sensazioni vissute nell’Ashram.
Da allora, sono ritornata più volte a Herakan, e ogni volta è stata un’avventura diversa. In questi anni molte cose sono cambiate: ora la struttura offre molte più comodità, in termini di vitto e alloggio… ma la magia della prima volta non si scorda mai!
